Le cose, forse, non sempre accadono per caso….
Da diverso tempo, percorrevo ogni giorno il vialetto che divide l’area compresa tra l’imponente palazzo dell’Ospedale e l’area occupata dal Parco Bolasco passando proprio a fianco alla Casa di Riposo Domenico Sartor.
Proprio in prossimità della struttura, il mio passo ogni volta rallentava e il mio sguardo si spostava verso quel grosso caseggiato incollandosi ad ogni finestra senza più guardare dove mettevo i piedi.
Ogni volta il mio pensiero cercava di immaginare la vita là dentro.
Mi ritrovavo improvvisamente a viaggiare con la mente fantasticando su chi potesse occupare quella stanza con la tapparella sempre abbassata, chi invece vivesse dentro quella con la luce sempre accesa ad ogni ora del giorno e della notte, oppure immaginando il volto dell’ospite di quella con il balcone addobbato come fosse Natale tutto l’anno.
In ognuna di quelle stanze ci doveva essere senz’altro una storia vissuta, una testimonianza affascinante e una vita intera da raccontare.
Alcuni di Loro si potevano intravvedere vicini alle vetrate e chiaramente si riconoscevano anche nella penombra.
Spesso li vedevo seduti nello stesso posto e a volte nella medesima posizione in cui li avevo lasciati il giorno prima.
A volte sembravano seguirmi con lo sguardo.
Mi ero fatto certamente una vaga idea di quel posto quando, per un periodo, era stata ospitata anche mia nonna. Un periodo troppo breve però perché brevi erano le mie visite. Visite schive e sempre molto rapide. Visite sempre sfuggenti forse per non farmi prendere dalle emozioni o forse per non incontrare tutti quegli sguardi.
Ma l’attrazione di raccontare fotograficamente quel luogo mi catturava ogni volta che ci camminavo vicino e spesso ho cercato invano il coraggio per chiedere di entrare con la mia macchina fotografica.
Ma a volte le cose, non sempre accadono per caso….
E così, una sera di marzo, mi telefonò Laura che mi chiese un incontro per parlare di un suo imminente progetto.
Laura Milazzo, bravissima pittrice e arteterapeuta, mi raccontò che a breve avrebbe tenuto degli incontri proprio di Arteterapia all’interno della Casa di Riposo. Il progetto prevedeva di coinvolgere alcuni ospiti e ne serviva la relativa documentazione fotografica.
Non le servì molto per capire che la richiesta mi riempiva d’orgoglio e di gioia.
È sicuramente in quel momento che è iniziata la mia più bella esperienza fotografica che, al di là del singolo scatto, ha richiesto un impegno emotivo mai provato prima.
Un’esperienza tanto desiderata quanto difficilissima che in seguito si è allargata fino a darmi accesso a quasi tutti i reparti.
Difficilissima perché sarebbe stato facile, troppo facile, spettacolarizzare un ambiente delicato e pieno di contraddizioni come quello.
La retorica avrebbe vinto su tutto e la sensibilità di ognuno avrebbe subito scossoni impetuosi.
Lì dentro ho pensato a quanto fosse facile portare a casa la foto perfetta, quella foto che qualsiasi fotografo di reportage sogna di fare una volta nella vita.
Sia chiaro, non sto parlando solo di foto forti, strazianti, per forza negative o emotivamente d’impatto. Quelle, insomma, che ognuno di Voi, leggendo questo testo, sta già immaginando.
Parlo invece di molte scene, a volte tremendamente delicate, a volte estremamente intime, a volte di una dolcezza indescrivibile. Momenti segreti e fraterni anche tra operatori e ospiti stessi.
Entrare in quei corridoi, percorrerli in punta di piedi senza farsi notare e incontrare quegli sguardi, è stata la parte più difficile.
Ci sono voluti mesi per provare a sentirmi accettato e parte di Loro.
Ma ho dovuto farlo purché, se ci si entra come puri estranei, come quelli che sono lì per fare la foto vincente e poi scappare via con il personale trofeo, allora presto quell’equilibrio si rompe e si diventa improvvisamente uno di troppo.
Invece, giorno dopo giorno, ho cercato e trovato gli occhi di queste persone, ho incrociato cento volte i loro sguardi fino a trovare un’intesa silenziosa e rompere quello spazio che si crea tra le lenti di un obiettivo fotografico e un’anima silenziosa che ti guarda.
Tante volte sono rimasto seduto immobile per ore in un angolo. Tante volte la mia macchina fotografica è rimasta ferma in una mano.
Altre volte ho capito che quello era il momento di scattare e che quello che stavo documentando rimaneva all’interno di uno schema etico e rispettoso per quell’ambiente.
E così, al di là di un semplice reportage fotografico, ho portato a casa sicuramente una grande crescita personale e la consapevolezza di un luogo troppo spesso erroneamente considerato triste e malinconico.
Un luogo va detto, fatto anche da chi, ogni giorno, fa del proprio lavoro una grande missione.
La consapevolezza, poi, di dover godere appieno, in ogni singolo momento, di quello che la vita ci offre.
Questo è stato il regalo più grande al di là di qualsiasi risultato fotografico.
Ma le cose, forse, non sempre accadono per caso…….
Massimo Porcelli
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